La Domus Aurea ed il Pantheon

La Domus Aurea La captazione della luce che scende dall’alto, zenitalmente e obliquamente nella scenografica sala ottagonale e nella corona di ambienti ad essa collegati, si interseca nella domus neroniana con il lavoro sulla composizione murale di quella cultura progettuale tipicamente romana fatta di divisioni, di connessioni, di interrelazioni tra spazi contigui. Oltre che lavorare nell’orizzontalità planimetrica degli ambienti, nella concatenatio di spazi (esaltati in base a dimensioni differenziate, a configurazioni variate, a contrasti luminisitici), la tecnica progettuale romana si indirizza anche verso l’enfatizzazione della verticalità.

Dalle domus, di impianto ed influenza ellenistici, con peristili e muri che non si elevano oltre i due piani, progressivamente i Romani sviluppano l’idea palaziale (recuperando quando già approfondito nelle residenze regali di tradizione micenea) che si dilata, cresce e si eleva in altezza – come nella Domus Augustana della fine del I secolo d. C. e, poi, nelle insulae collettive multipiano di Ostia del II secolo d. C. – ad assumere una forte accentuazione verticalizzata dove l’ordine murario, il valore della parete e dei mattoni cresce notevolmente di importanza ed impatto architettonico.

Inizia così nel I secolo d. C. il lavoro sul contrasto scalare e la monumentalizzazione dimensionale, impostato sulla contrapposizione tra assetti orizzontali e verticali fino ad arrivare al grande capolavoro dell’imperatore Adriano che ricostruisce, tra il 118 e il 128 d. C., il Pantheon portatore in esterno di un duplice livello di figuratività: la frontalità del pronao (che conserva e ripropone l’aulicità degli ordini colonnari di tradizione greca, stilemi dell’architettura accademica) e il dispositivo retrostante della rotonda in opus testaceum lasciato a vista che forma l’involucro murario di uno spettacolare spazio interno voltato largo 43 metri con luci libere mai raggiunte fino allora e una doppia circolarità che può essere letta in pianta e anche in alzato.

Il Pantheon Nel Pantheon il dispositivo dell’opus testaceum fodera muri grandiosi e poderosi in cui i mattoni formano una casseratura di contenimento della massa cementizia che si alleggerisce progressivamente man mano che si procede verso l’alto della costruzione, attraverso l’impiego di materiali inerti più leggeri, fino all’adozione di scorie vulcaniche molto porose nella zona sommitale della cupola in corrispondenza dell’oculo.

Il Pantheon è il manufatto più mirabilmente conservato della romanità capace di restituirci una visione realistica e meravigliosa dell’architettura monumentale d’interni di epoca imperiale; in esterno l’opera, allo stesso tempo, attraverso la rotonda testimonia come i mattoni lasciati a vista non ricevano un trattamento architettonico particolare come se ancora fossero alla ricerca di un linguaggio espressivo autonomo – di uno Stile – consono al nuovo materiale della Roma imperiale.

Ma altrove, non lontano dal Pantheon, un’opera utilitaria – sia pur in sordina – ha in realtà inaugurato in quegli stessi decenni lo stadio sperimentale dello Stile laterizio di Roma.